Il creatore di Playmobil: Auf Wiedersehen, Hans!

Pubblicato da in in 17 Gennaio 2015 Commenti chiusi

TRATTO DA:  LASTAMPA.IT

Per chi, come me, ha vissuto la propria infanzia nei sempre più rivalutati Anni Settanta, i Playmobil sono un mito. Come dimenticare il vascello dei pirati, l’ufficio dello sceriffo con la prigione e il portico davanti, il blacksmith con il forno di pietra, gli indiani con il totem, la tenda e il calumet, i nordisti con il cannone e i proiettili gialli e i sudisti con il fazzoletto al collo.

Chissà quante battaglie hanno combattuto, tutti rigorosamente e serenamente con il sorriso stampato in faccia. Tra l’altro, per chi avesse avuto la curiosità di andare a fondo, era un sorriso davvero indelebile, perchè ottenuto con inserti di plastica di colore marrone all’interno della testa di colore rosa pallido, e qui la tecnologia tedesca si mostrava in tutta la sua potenza. E poi il circo, con la banda a suonare sopra il palcoscenico, l’ammaestratore di cavalli, che allora erano appena stilizzati e avevano una schiena sottile sottile per permettere l’inserimento della sella e del cavaliere soprastante, la gabbia delle tigri e il numero delle foche. I clown e gli elefanti. La piccola roulotte biglietteria con la scritta kasse e gli inservienti a fare le pulizie sulle gradinate. E ancora i lavori stradali, la ruspa, l’elicottero, il pulmino dei turisti, il camion dei pompieri con la campanella, la macchina della polizia (polizei), il distributore, il chiosco delle bibite con le cassette piene di bottiglie. La serie di animali esotici (non ho mai capito perché i coccodirilli li facessero così grandi) e quella dedicata allo spazio.

Ancora oggi devo dire che, involontariamente, ogni volta che passo davanti ad un negozio di giocattoli, l’occhio scivola languido a cercare se in vetrina occhieggino i discendenti di quei pionieri di trent’anni fa. Che vantano qualche possibilità di movimento in più rispetto ai loro antenati (le mani, ad esempio, ora possono ruotare) e sono diventati appena un po’ più edulcorati (come non notare un allentamento dei costumi nelle nuove serie sulla fattoria, i bambini, gli animali domestici, la casa dell’Ottocento), ma rimangono sempre assolutamente godibili e mai banali (e, va detto, carissimi).

Pochi giorni fa il loro creatore Hans Beck, già in pensione da anni, ci ha (li ha) lasciati. Nel salutare un personaggio che ha saputo dare ad un paio di generazioni uno strumento di divertimento inesauribile, non possono non restarmi in testa due immagini un po’ irriverenti. La prima è la scatola dei playmobil con il funerale (playmobil-sepultur), magari in due versioni: semplice, e d’onore, con la cassa appoggiata ad un affusto di cannone trainato da due coppie di cavalli del circo. La seconda, quella del funerale vero in cui però, oltre a parenti, amici, dipendenti della fabbrica, a seguire il feretro ci fosse una folta rappresentanza di quei due miliardi di pupazzetti che, a partire dal ’74 hanno invaso pacificamente il mondo. Per una volta, senza sorriso.